domenica 29 gennaio 2012
La sofferenza interiore
Accade spesso che chi vive un'esperienza di malessere, di sofferenza interiore si rapporti a questa con allarme misto a fastidio e a insofferenza, dando per certo che ciò che sta vivendo gli sia soltanto sfavorevole o nemico. La richiesta e l'auspicio sono in genere di ripristinare al più presto la condizione precedente la crisi, di dissolvere quella realtà interna così difficile e temuta, di sostituirla con una giudicata più vivibile, affidabile e "positiva". L'esperienza interiore dolorosa viene di fatto allontanata da sè come peste e trattata come cosa, grossolanamente equiparata ad altre appartenenti e sperimentate da altri e come tale volentieri catalogata e infilata, con il suggerimento e con la benedizione di qualche terapeuta, in una categoria diagnostica o pseudotale. Tutto diventa allora uguale (ansia, panico, depressione, fobia ecc. ecc.), un dato oggettivo amorfo e impersonale, che non significa e non rivela più nulla di se stessi, che non dice, cui non si fa dire se non d'essere un disturbo, un eccesso, una distorsione, una patologia. In realtà l'esperienza interiore disagevole e sofferta, che l'individuo teme e ripudia, cui cerca di opporre un antidoto o un rimedio, non importa quale, pur di ingabbiarla e di liberarsene, è parte viva del suo sentire, non assimilabile affatto a ciò che altri sperimenta, come ci fosse una cosa, ansia o depressione o altro, che come guasto o cosa rotta si ripropone sempre uguale in tutti. Ben lungi dall'essere un'anomalia o un disturbo la sofferenza interiore è una voce, è prima di tutto intima esperienza, tentativo di prendere, pur con fatica e con travaglio, visione e consapevolezza di qualcosa di importante e, se attentamente ascoltata, se ben intesa e compresa, è guida affidabile e sicura per capire, per capirsi. Imparare ad ascoltare e a comprendere il proprio sentire, fin nelle sue pieghe più tormentate o "strane", essere aiutato a confrontarsi e a dialogare con la propria interiorità, a capirla nel suo linguaggio vivo, è conquista molto importante, anzi decisiva per l'individuo. Questa per lui la vera "cura". Solo questo incontro e dialogo col proprio sentire e non l'opposizione preconcetta al dolore, può infatti avvicinarlo a sè e fargli superare la frattura che lo divide da se stesso, può renderlo consapevole ed arricchirlo di qualcosa di intimamente vero, che urge, che la sua crisi interiore ha aperto e sta rilanciando con forza, che non può, che non vuole essere ignorato o trascurato. Se quel sentire disturba, forse disturba in primo luogo il quieto e programmato procedere, dove il conducente spesso è incurante, non senza rischi, di sapere cosa realmente sta facendo di se stesso. Prima di squalificare e di porsi in modo ostile verso il proprio sentire sarebbe bene essere molto cauti. Non c'è nulla di ciò che sperimentiamo interiormente, che possa essere considerato superfluo, semplicemente assurdo o inopportuno e ancor meno che ci sia nemico o sfavorevole. Semmai può esserci dissonanza e disaccordo tra ciò che in superficie vorremmo credere di noi e ciò che nel nostro profondo vediamo e sappiamo, tra ciò che vorremmo, spesso ottusamente, conservare o riservarci e ciò che sentiamo intima, profonda e vitale necessità di trasformare, di far esistere e di costruire. Semmai per l'individuo investito dalla sofferenza interiore, può esserci, oltre che paura e pregiudizio negativo verso tutto ciò che è sofferto e scomodo interiormente, incapacità o inadeguatezza nel saper raccogliere e capire significato e senso di ciò che la sua interiorità solleva e gli propone con tanta forza e intensità. A molti, che vivono una simile esperienza di sofferenza interiore, purtroppo non è suggerita e mostrata questa opportunità, a molti non è offerto l'aiuto necessario, non per fuggire e contrastare, non per "spiegare" e liquidare frettolosamente, ma per imparare ad andare incontro fiduciosamente, a capire intimamente e a far propria la proposta della propria interiorità. Le acque internamente non si agitano mai per caso o inutilmente.
La cura
Per chi vive uno stato di sofferenza interiore si pone il problema del che fare, di come prendersi cura di se stesso. Pare evidente e scontato che far cessare quanto prima il disagio, che togliersi o farsi togliere quel carico interno difficile e sofferto sia la soluzione più desiderabile e propizia. Pare, ma una riflessione attenta merita di essere fatta. Se parte di sé avanza una proposta, smuove, cerca di calare nella consapevolezza di qualcosa di decisivo e di importante ( se così non fosse non farebbe tanto rumore ), la risposta più utile e saggia, più attenta a sé, ai propri interessi sarebbe in realtà di intendersi con questa parte interna e viva di se stesso, di collaborare nella presa di visione del problema, che la propria interiorità sta cercando di far capire, di rendere priorità assoluta. Capisco che non è facile entrare in questa prospettiva, quando imperante è l’idea, ritenuta ovvia, che, se si sta soffrendo, la cosa da farsi a proprio vantaggio è di spegnere al più presto, di dissolvere e scacciare ciò che, perchè disagevole e sofferto, si ritiene faccia solo danno. Se poi questo modo di intendere la sofferenza interiore e la cura, con la proposta pronta di soluzioni farmacologiche e non, è sostenuto da una non piccola schiera di esperti e di terapeuti vari, questo pare dare solida conferma a una tendenza già ben presente nella mentalità comune. Pare ovvio, ma questo modo di pensare la propria condizione e il prendersi cura di se stessi è una gran tranello in realtà. Se parte di sé, non un che di alieno, lancia l’allarme, fa il diavolo a quattro per far intendere che c’è un problema decisivo, per smuovere e già indicare nella crisi l’insostenibilità degli attuali equilibri, la necessità di costruire dentro se stessi qualcosa di nuovo, che ancora non c’è, per dare attraverso il sentire le prime tracce per iniziare a vedere, a capire….se a ciò si risponde facendo guerra al richiamo e mettendo in campo ogni sforzo possibile per levarsi di torno in fretta la difficoltà, senza raccoglierne il messaggio e la proposta, il disastro a cui ci si espone è duplice. Da un lato ci si condanna a rimanere ciechi e ciò che una parte profonda di sé in modo lucido e previdente ha visto necessario capire, cambiare e ricostruire di sé, lo si butta tra i rifiuti, dall’altro si alimenta, si rende inossidabile uno stato di diffidenza, di paura, di disunione con se stessi. Sono le storie tristissime e interminabili di paura di star male, che ricapiti, stando sul chi va là perennemente contro parte intima e profonda di sé temuta, sempre più temuta e sempre più incompresa. Va aggiunto che per capire e per assecondare il proposito di trasformazione che viene dal profondo e di cui il primo atto necessario è la crisi, l’interruzione del corso solito, l’"imposizione" del dare più peso al dentro, all’intimo di sé, rispetto al fuori, va fatto un lavoro adeguato, perché non può esserci crescita e trasformazione senza coltivarle, senza rendersene parte attiva e consapevole. La ricerca di soluzioni veloci si regge spesso sulla comodità del farsi solo oggetto passivo di cura con qualche pillola buttata giù, eventualmente con qualche consiglio e prescrizione di comportamento, sull'indisponibilità a un lavoro più impegnativo e sull'argomentazione che non è accettabile l'idea di un impegno di tempo più consistente per perseguire un risultato utile. Accade poi in realtà che il tempo passi comunque e che a distanza di anni ci si ritrovi al palo, che tutto rimanga uguale, anzi peggiori, vista la convivenza armata con se stessi, che limita e deteriora sempre più la propria esistenza. La scelta di aprire dialogo e confronto con il proprio intimo e profondo, di essere aiutati a farlo, è certamente più impegnativa che buttar giù pillole o del farsi dare velocemente qualche spiegazione e dritta, ma va considerato quanto può valere. E’ la scelta di raccogliere la proposta della propria interiorità, di lavorare su di sé in accordo e sotto guida di questa parte di sé profonda per raggiungere qualcosa di importante e di irrinunciabile per sè, per trovare finalmente accordo e unità di visione e d’intenti con se stessi. Comunicare a tutto campo col profondo è possibile. Il profondo è la parte di noi, che dove serva, pur sfidando interessi immediati da cui la parte “alta”, cosiddetta consapevole, non intende staccarsi e oltre i quali non sa vedere, smuove con decisione, avendo chiaro l’esito cui andrebbe incontro la propria vita senza una fondamentale svolta e rinascita. Ciò che sembra sciagurato, la crisi, in realtà è richiamo, potentissimo di questa parte profonda, per trarsi in salvo, per far tutto ciò che serve allo scopo. Una maturità di facciata, una consapevolezza di sé che spesso si sorreggono più sull’accordo e consenso dell’esterno che su visione fondata e propria, un senso della propria esistenza che cerca e trova sponda sull’esempio e sul modello di altri e del normale comune modo di pensare e di concepire la vita, non portano certo a capire e a realizzare i propri scopi e a fare della vita la propria vita. Nel profondo ci sono proprio le ragioni della nostra vita oltre che l’animo, la tempra e l'intelligenza adeguate per diventare individui davvero consapevoli e davvero autonomi, capaci di trovare le proprie risposte, di riconoscere da sé e attraverso sè ciò che vale e perché, di capire i propri scopi e non di farseli suggerire, definire o delimitare da altro e da altri. Il lavoro su di sè guidato dal profondo, pricipalmente attraverso i sogni, conduce a verifiche attente e a tratti impegnative, anche dolorose sul cammino della propria crescita, a scoperte di significato nuove e inattese, lucide e feconde, portando anche chi avesse in precedenza tentato di afferrare con la sola inventiva del ragionamento nuove possibilità di espressione di sè o di percorso, senza però vero incontro e intesa con se stesso, a procurarsi ben diversa e fondata consapevolezza e conseguente capacità di autogoverno. Il dialogo quotidiano che ho col profondo da trent’anni nel mio lavoro di analista, soprattutto ascoltandolo nei sogni, dove meglio il profondo dice le sue ragioni e comunica il suo pensiero, mi hanno fatto e mi fanno vedere ciò che sto dicendo. Chi ha saputo raccogliere e far propria la proposta del suo profondo si è reso conto, con l’avanzare dell’esperienza analitica sempre di più, di quanto fondate e valide fossero le ragioni della crisi, di quanto importanti e irrinunciabili i cambiamenti generati, aperti e resi possibili proprio da quel che all’inizio aveva vissuto solo come minaccia e calamità di cui sbarazzarsi. La risposta ideale alla crisi e alla sofferenza interna è dunque aprire dialogo vero, che significhi ascolto e comprensione di ciò che l’intimo di sé dice nel sentire e nei sogni, risorsa preziosa, di straordinario e insostituibile valore per condividere pensiero e intenzioni del proprio profondo. Capisco che non sempre la stessa psicoterapia sa muovere simili passi e offrire una simile apertura a se stessi, ma considero tutto questo che ho scritto non una sofisticheria, ma un bene essenziale di cui in molti dovrebbero fruire….per non condannarsi a rimaner divisi e di continuo timorosi del proprio intimo sentire, in guerra perenne con se stessi, perdendo l’occasione di trovare, dentro e in unità con se stessi, la propria vera salvezza.
L'analisi: a cosa serve e che cambiamento produce?
Il cambiamento decisivo per l'individuo in analisi sta nella possibilità di trovare con se stesso incontro e vicinanza, di generare dialogo e conoscenza dove prima c'era silenzio, diffidenza e fuga, come in presenza di un estraneo o come dinnanzi a un meccanismo rotto, malgrado fosse in presenza di sè e in rapporto col proprio sentire e con la propria intima esperienza. Acquisire questa capacità in analisi, che io definisco come il luogo dell'incontro e del dialogo dell'individuo con se stesso, con la propria interiorità, è processo che inizia subito, ma che giunge a maturazione gradualmente. Come analista cerco e favorisco apertura totale dell'individuo alla propria interiorità e del suo profondo cerco di fargli avvicinare voce e proposta. I sogni sono l'espressione più alta della propria vita interiore e vero motore della ricerca. Sono attività pensante, base e veicolo di una nuova visione che, non più appiattita sulle cose e sui fatti, illumina ciò che accade dentro sè, i nodi e i temi veri della propria esistenza, le aspirazioni e le spinte progettuali più autentiche. Se in precedenza il pensiero era, un pò per astrattezza, un pò per passività e per adagiamento sul pensato comune e convenzionale, un pò per approssimazione, ben lontano dal garantire all'individuo capacità di farsi interprete fedele di se stesso, gradualmente invece nel corso dell'analisi, fecondato dai sogni e condotto sempre a riferirsi e a fondarsi sul sentire, cambia letteralmente pelle. Acquisita così e gradualmente piena e salda capacità di guidarsi dall'interno, di fondarsi sempre e comunque sul proprio sentire e sul proprio corso interno, di capirsi in dialogo aperto con se stesso, senza più fughe e chiusure diffidenti o ostili, l'individuo è pronto per proseguire da solo il suo cammino.
Il prezzo della lontananza da se stessi
Il prezzo della lontananza da se stessi. E’ il prezzo che si paga quando, in presenza di un’interiorità, che non rinuncia a porre al primo posto la centralità del nostro essere rispetto al fare e al proseguire purchessia, che dà segnali non di guasto e di disfatta, ma di tormentata presenza viva, che smuove e dice, che chiede ascolto, la risposta diventa quella del solo allarme, del lamento, dell'indisponibilità al confronto con se stessi e alla ricerca, della sola disponibilità a impacchettare tutto nell’idea di malattia con una bella sigla ( etichetta diagnostica) messa sopra, che illuda di capire (quando mai mettere un’etichetta dal vago sapore scientifico aiuta a capire, a fare passi avanti nella conoscenza di se stessi? ), che combinato a qualche farmaco e a qualche buon (si fa per dire) consiglio e esortazione per zittire il malessere o per metterlo nel sacco, chiuda ( illusoriamente) il conto. Dobbiamo però considerare tutto ciò che ha preceduto le tormentate nuove pagine di vita e d’esperienza per capire lo stato attuale delle cose e soprattutto l’intoppo nel dialogo con se stessi, l'incapacità di ascoltarsi, che nel frangente della prova difficile, della crisi si evidenzia clamorosamente. Da sempre la parte di sé che si esprime nel sentire è stata probabilmente incompresa e sminuita. Viste le proprie emozioni, stati d’animo e corsi interni d’esperienza come roba di secondo piano, puro colore e rumore di fondo, gradito se complice, guardato con sospetto e fastidio se dissonante e discordante le attese e le previsioni, tutto il valore e l’affidabilità possibile son stati dati alla parte "alta", quella della cosiddetta consapevolezza, ragionante e capace di presunta obiettività e di lucido controllo. Peccato che questa parte, se ben osservata, mostri di assorbire come spugna luoghi comuni e parti di discorso prese in prestito e mai da sé verificate e comprese, peccato che ami prima di tutto aggirare l'ostacolo anziché vedere e capire, che isoli, discrimini o bellamente metta in secondo piano e oscuri tutto ciò che non le dà conferme e rassicurazioni utili, che metta al primo posto la compatibilità con l’interlocutore esterno e col giudizio altrui più che l’aderenza e il confronto con se stessi…e via di questo passo, in un modo di procedere dove l’andar dietro, dove l’afferrare tutto il ben di dio del mercato delle idee comuni e delle soluzioni pronte ( la cosiddetta realtà) vale più di ogni altra cosa, dove i segnali interni discordanti e potenzialmente fondanti le ragioni e le occasioni del proprio esserci e del vedere con i propri occhi ( impacci, silenzi, inquietudini, ritrosie, cadute d’interesse e di motivazione, ecc) vengono viste e contrastate come le bizze di un mulo che non vuole fare, che non sa stare al passo. Quanto della propria esperienza interiore è mai stato valorizzato, ascoltato, avvicinato come terreno vivo di incontro con se stessi, come occasione per capire cosa stava accadendo? Spesso nulla, proprio nulla. Perciò parlo di lontananza da se stessi, già abituale e che fa sì che nel momento in cui la propria interiorità fa la voce grossa, mette in campo segnali di malessere, interferenze grandi come case, questa voce non venga raccolta, compresa, soprattutto non dia il via alla voglia di raccogliersi su di sé per cominciare a ritrovarsi, a metter finalmente al primo posto l’essere rispetto al tirar dritto.
Si può
Si può fare dell’intima sofferenza l’occasione, il punto di incontro vivo ritrovato con se stessi, la via d’ingresso per cominciare a comunicare e a lasciar dire a quella parte di sé, intima e profonda, che ha scelto di non stare inerte e zitta, che, smuovendo l'interno anche vivacemente e non dando tregua, ha in realtà intenzione di dare, che, dove le si dia occasione e ascolto, saprebbe dare e tanto. Imparare ad ascoltare, a raccogliere, a comunicare con parte viva e profonda di sé è necessario. Tutto si è imparato in anni e anni tranne che a rivolgersi a se stessi, ad ascoltarsi, a capire il linguaggio delle proprie emozioni e stati d’animo, a scoprire il potenziale ed il valore, l’affidabilità del proprio sentire, a comprendere che i propri sogni notturni sono ben di più e ben altro che residui sparsi d’esperienza diurna o costruzioni immaginarie ingenue e di nessun valore, ma potentissime guide di pensiero e di conoscenza, a intendere che i confini del proprio essere vanno ben oltre quelli di ragionamento, volontà e controllo. Tutto questo va costruito e creato. Se ci si è esercitati solo a trattare il rapporto con l’esterno e la rincorsa di occasioni esterne, va costruita la capacità di entrare in rapporto con l’interno, con ciò che vive e che di continuo si propone dentro se stessi. Quello interiore non è un mondo fragile e di nessuna consistenza, nel nostro interno e nel profondo c’è la parte di noi più attenta e meno incline alla dispersione e alla fuga, c’è un potenziale di forza e di pensiero che non ci si aspetta. Si può andargli incontro, stabilire un rapporto, far sì che possa darci ciò di cui abbiamo profonda necessità. Se, come è inevitabile, vista l’inesperienza, si rende necessario l’aiuto di chi introduca al dialogo con se stessi, di chi sappia aiutare a formare e a far crescere capacità di ascolto e di incontro con se stessi, con la propria interiorità, a ritrovare finalmente il filo di un discorso proprio e a tesserlo con cura perché diventi bussola e terreno saldo su cui fondarsi, ciò non minerà, ma arricchirà soltanto la propria crescita. Far ricorso a un simile aiuto non intaccherà la propria autonomia, ma contribuirà viceversa a farle trovare il suo più valido e solido fondamento, quello che le è necessario per esistere e per esprimersi davvero: il legame e il rapporto con la propria interiorità, l'unità con se stessi. Si può, basta volerlo.
L'ascolto e il dialogo con l'interiorità
Nel confronto con l'esperienza interiore si tende spesso a separare presto vissuto e pensato, a trattare quanto sentito, sperimentato interiormente solo come vago indizio o pretesto per passare in fretta a cercare di spiegare il perchè e il percome facendo ricorso a giri di ragionamento, cercando in cause ipotetiche e plausibili le ragioni del disagio, riconducendo e incastrando in soliti schemi già noti tutto il senso. Accade allora che il sentire non venga ascoltato in ciò che dice e rivela, in ciò che conduce a riconoscere. Il sentire non è conseguenza di una causa, una sorta di reazione, di risposta riflessa, il sentire è luogo d'esperienza, è via di conoscenza. Col ragionamento viaggiamo liberi in lungo e in largo e costruiamo ipotesi tanto ben disegnate e sagomate quanto spesso sterili e lontane da ogni relazione con l'esperienza intima, quanto spiantate, senza alcuna corrispondenza con noi. Il nostro sentire ci permette invece in una forma sensibile di entrare in rapporto con ciò che abbiamo occasione e necessità di avvicinare, di capire di noi stessi....un pò come conoscere una cosa toccandola, sentendola, un pò come camminare a piedi nudi e sentire il terreno, apprezzando tutte le caratteristiche vere del percorso che stiamo facendo passo dopo passo. Vale dunque la pena di dar retta al sentire, di imparare ad ascoltarlo sempre, senza rifiuti, senza separazioni di comodo tra bel sentire o cattivo, di imparare a cogliere ciò che sta rivelando. Per intima esperienza e imparando a raccogliere ciò che il sentire produce si può davvero capire, solo così e non invece separando il pensiero dal sentire e consentendogli di tenere in pugno la conoscenza come ragionamento. Solo facendo esperienza, concedendoci senza barriere al nostro sentire e mettendoci, attraverso riflessione, come allo specchio per vedere cosa succede dentro le nostre sensazioni e stati d’animo, possiamo fare conoscenza fondata e vera, utile e feconda. Va detto poi che il nostro profondo, che genera il nostro sentire, che ci propone a volte percorsi non facili, ma sensati, da capire, da scoprire all'interno e dall'interno, è anche assai generoso di indicazioni e di suggerimenti per capire noi stessi e quanto sta accadendo, attraverso i sogni. Certo i sogni non vanno letti in modo concreto o interpretati con disinvoltura, esercitando nei loro confronti lo stesso arbitrio ( del metter loro sopra interpretazioni costruite col ragionamento) usato col sentire di cui parlavo all'inizio. I sogni vanno analizzati e scoperti, lasciati dire e dare ciò che racchiudono. Si tratta di una risorsa preziosissima, perchè nei sogni c'è capacità, come in nient’altro, di leggere dentro di noi, di sviluppare pensiero fondato e non spiantato. La strada per capire se stessi e il senso di ciò che accade interiormente, accettato e accolto nella sua integrità e interezza, non è certo facile e immediata, ma è possibile, è comunque possibile, purchè con ciò che vive dentro sè si impari ( con l'aiuto di chi sappia sostenere e guidare in questo percorso) ad aprire un dialogo rispettoso e capace di attingere a ciò che, essenziale e necessario, la propria interiorità sa proporre.
Il filo.....quando la tristezza fa il vuoto....
Cercare il filo, il nostro filo interno, di scoperta del senso di ciò che si muove in noi e che nell'intimo ci accade, il filo di un discorso, il nostro, non inventato, non forzato e manipolato per stare dentro quello comune e ritenuto ovvio....il filo che sottende i nostri passi, anche quelli più dolorosi e ardui. Questo e non altro la sofferta esperienza intima cerca e insegue, spesso incompresa. Se fa il vuoto, se scava, se scolora e rende indifferente il mondo, se mutila il sentire, se non gli permette se non di testimoniare una mancanza e un'impotenza, un senso di inutilità e di fallimento, una pena infinita, è per far riconoscere di ogni altra cosa, che non sia il ritrovamento del proprio filo, l'assenza di valore e l'impraticabilità. Se l'interiorità mette allo specchio e mostra di se stessi, pur dolorosamente, l'inconsistenza e il vuoto, non è per insane disistima e assenza di calore, ma per fondata pretesa di "essere" e di generare il proprio, senza più prese in giro, senza più compromessi perdenti.
Quanto del modo di procedere abituale e precedente le fasi di più acuto malessere e sofferenza, quelle di cui chi è interiormente sofferente è nostalgico e che vorrebbe ricreare, era in realtà così valido e saldo? Quanto c’era di sfilacciato nella consapevolezza di se stesso, di disunito nel rapporto tra ciò che l'individuo si rappresentava e si proponeva e ciò che sentiva? Quanto c’era e quanto invece radicalmente mancava di filo interno, che unisse, che facesse vedere la continuità e il senso nella propria personale esperienza? Quanto a fine giornata si poteva dire d’aver raccolto, compreso o generato e quanto invece, casomai evitando di pensarci, c’era di inutile, di banale, di impersonale, di raffazzonato, di valido solo per tirar avanti con espedienti, per inerzia? Il problema pareva non porsi e non esistere….e però è venuto il giorno in cui un’interiorità, non certo debole o malata, ha cominciato a rendere più sensibile e vistosa la questione dell’assenza….di un filo, di un costrutto proprio e allora….è arrivato il tempo della consapevolezza, dolorosa e senza sconti e su queste basi il filo vero ha cominciato in realtà ad essere tracciato.
Cercare il filo, il proprio filo interno..... Nulla è mostruoso, nulla è abnorme nell'intimo sentire, purchè non lo si squalifichi perchè doloroso, purchè non gli si contrapponga una normalità cui aderire, purchè non gli si chieda soltanto di sparire, per far posto a che? a gioia fittizia, a calcolo e a compiacimento per qualcosa, che simile a quel che han tutti, potrebbe pur bastare? L'impegno di cercarsi sul sentiero accidentato, di accettare di costruire finalmente e non di rivendicare, di ritrovare il proprio filo e di tesserlo con onestà e pazienza per farne tessuto vitale e di pensiero nuovo, proprio e resistente, che non svanisca....questo sì e con l’aiuto giusto è possibile e se lo si vuole chiamare cura e processo di guarigione lo si faccia pure....finalmente avranno senso e contenuto seri.
Quanto del modo di procedere abituale e precedente le fasi di più acuto malessere e sofferenza, quelle di cui chi è interiormente sofferente è nostalgico e che vorrebbe ricreare, era in realtà così valido e saldo? Quanto c’era di sfilacciato nella consapevolezza di se stesso, di disunito nel rapporto tra ciò che l'individuo si rappresentava e si proponeva e ciò che sentiva? Quanto c’era e quanto invece radicalmente mancava di filo interno, che unisse, che facesse vedere la continuità e il senso nella propria personale esperienza? Quanto a fine giornata si poteva dire d’aver raccolto, compreso o generato e quanto invece, casomai evitando di pensarci, c’era di inutile, di banale, di impersonale, di raffazzonato, di valido solo per tirar avanti con espedienti, per inerzia? Il problema pareva non porsi e non esistere….e però è venuto il giorno in cui un’interiorità, non certo debole o malata, ha cominciato a rendere più sensibile e vistosa la questione dell’assenza….di un filo, di un costrutto proprio e allora….è arrivato il tempo della consapevolezza, dolorosa e senza sconti e su queste basi il filo vero ha cominciato in realtà ad essere tracciato.
Cercare il filo, il proprio filo interno..... Nulla è mostruoso, nulla è abnorme nell'intimo sentire, purchè non lo si squalifichi perchè doloroso, purchè non gli si contrapponga una normalità cui aderire, purchè non gli si chieda soltanto di sparire, per far posto a che? a gioia fittizia, a calcolo e a compiacimento per qualcosa, che simile a quel che han tutti, potrebbe pur bastare? L'impegno di cercarsi sul sentiero accidentato, di accettare di costruire finalmente e non di rivendicare, di ritrovare il proprio filo e di tesserlo con onestà e pazienza per farne tessuto vitale e di pensiero nuovo, proprio e resistente, che non svanisca....questo sì e con l’aiuto giusto è possibile e se lo si vuole chiamare cura e processo di guarigione lo si faccia pure....finalmente avranno senso e contenuto seri.
mercoledì 25 aprile 2007
Il rapporto con se stessi: unità e dialogo o contrapposizione e rottura. Il senso della crisi
Il rapporto con la propria interiorità è spesso ostacolato da incomprensioni e da pregiudizi, che non appaiono tali a chi ne è artefice e soggetto. C'è un pregiudizio ben radicato e molto diffuso che vuole che ci sia netta separazione e opposizione tra ciò che di noi, denominato razionale, è giudicato assennato, affidabile ed equilibrato e ciò, che invece definito "irrazionale" (comprende l'esperienza emotiva e ciò che, fuori dal controllo della volontà e da cosciente determinazione, ci coinvolge, ci smuove da dentro e spesso ci sorprende) è considerato affatto lucido oltre che parziale e poco o nulla attendibile . Se poi il corso dell'esperienza interiore assume carattere aspro e sofferto, tortuoso o lacerante, facilmente si sviluppa da parte di chi ne è portatore ostracismo, rifiuto verso questa parte di sè, oltre che allarme come dinnanzi a qualcosa che non funziona correttamente, che rivela disordine, malattia o, se il giudizio è benevolo, stato di debolezza, di usura o di bisogno ( il cosiddetto "esaurimento" ). L'interiorità, la parte di noi più intima e profonda, in realtà più che reagire come passivo oggetto di logorio a qualche fattore nocivo che la fiacca o che l'affligge, che ne compromette il sano equilibrio, cerca spesso con determinazione e con intraprendenza di creare, per fondati motivi, una discontinuità sensibile e ben avvertibile, fortemente coinvolgente. Il profondo non subisce, ma genera lo stato di crisi, non per caso, non inutilmente, non per patologica tendenza. Se ben raccolti, ascoltati e compresi quelli dell'interiorità sono segnali intelligenti, che aiutano a cogliere in profondità, con finezza di sensibilità e con precisione di sguardo questioni decisive che riguardano il proprio essere e il proprio modo di procedere. All'individuo spesso sfugge, talvolta poco importa vedere nitidamente quale sia la qualità o sostanza vera del modo di vivere e di procedere dentro cui è immerso e cui si affida. Gli può rimanere ignoto o può mantenere debole e sfumata la percezione del costo pagato in termini di assenza di contenuto proprio della propria vita, di mancata rispondenza vera e profonda a sè di ciò che sostiene e che esprime. Può preferire non vedere o sottovalutare aspetti di sè non marginali di immaturità, di dipendenza da altri o da altro per sostenersi e per dirigersi, di opaca conoscenza di sè, del perchè e del senso di ciò che fa e che porta avanti, di rinuncia o di mancanza di una progettualità propria, forse mai cercata con forza e con insistenza dentro se stesso. Non è raro infatti che le scelte e il procedere si siano ispirati più al seguire la corrente, facendosi dettare dal senso comune e prevalente gli appuntamenti e le tappe della propria vita, all'afferrare ciò che comunemente veniva inseguito e considerato degno di interesse, al portare a sè e al riempirsi di qualcosa comunque, piuttosto che al cercare dentro sè con impegno e con pazienza significati, scopi voluti e mete desiderate e all'investire su di sè. Volentieri il raggiungimento di qualcosa di proprio è stato equivocato e scambiato col fare proprio qualcosa di stabile e di rassicurante, soprattutto di prontamente accessibile ( come ad esempio il consolidare e rendere certo un legame, il mettere su casa con qualcuno, il mettere al mondo un figlio come fosse creazione propria, il raggiungere e l'appagarsi di una sistemazione lavorativa, a prescindere da senso e finalità del proprio lavoro ecc.). Poco disponibile a sincere verifiche, non di rado rinunciatario e passivo nella sua parte "alta" e pensante, quella cosiddetta consapevole e razionale, l'individuo ha però dentro se stesso e sue anche altra vita e sensibilità, altre risorse. Se altrove, nel suo profondo, le cose appaiono diversamente, si può pretendere che dentro tutto debba rimanere immobile e composto? Se nel profondo l'individuo ha capacità di vedere in modo penetrante cosa accade, cosa sta facendo di se stesso, se ha presente cosa di sè giace inespresso, se sa a quale destino anonimo e perdente, al di là delle apparenze, si sta consegnando, se profondamente ha capacità di sollevare la questione e di dettare una svolta e, laddove ci fosse ascolto e disponibilità nei "piani alti", pure capacità di guidare e di alimentare un serio processo di verifica, di riscoperta di tutto, di radicale e di profonda trasformazione....si può pretendere che il profondo mandi giù e non prenda posizione? Se il profondo ha vicine, consapevoli e scottanti tali verità e potenzialità di cambiamento si può pretendere che taccia, che rimanga con le mani in mano? La crisi, il malessere che monta, che ostacola, che a volte sembra paralizzare l'intero procedere solito dell'esperienza, può nascere da simili fondamenti e argomenti (ne ho solo esemplificati alcuni) tutt'altro che irrilevanti, irragionevoli o assurdi. Trattare pregiudizialmente come patologia l'intimo tormento e sommovimento è come prendere per matto quel briciolo e più di sana capacità di vedere e di luce che ci si porta dentro. Il mio lavoro di psicoterapeuta, di analista mi ha permesso e mi permette di constatare che rispondere alla crisi con disponibilità di ascolto e con impegno di ricerca consente all'individuo di verificare che la crisi, che tanto gli era parsa all'inizio incomprensibile e funesta, non si era aperta per caso o inutilmente, che il suo intento era costruttivo, che dal profondo, dove si era generata e dove era stata voluta, è stato ed è possibile nel corso dell'analisi (imparando ad accogliere e a raccogliere riflessivamente il significato e la proposta del sentire, facendo proprie la guida e l'intelligenza dei sogni) trarre tutti gli elementi che servono per capire e per costruire il nuovo, il proprio. L'interiorità spesso non è remissiva e rinunciataria; se strattona, se spinge, se disturba, se si mette di traverso sa il fatto suo. Va infine detto che non si può pretendere di far evolvere positivamente e costruttivamente la crisi, secondo il suo verso e scopo, in un attimo. Per conoscersi davvero, per rivisitare la propria vita, per riscoprire il proprio essere, per riconoscere e per rafforzare finalmente, dietro ispirazione e guida profonde, visione, pensiero e progetto propri, che non siano il solito inseguire e imitare modelli dati, che non siano ripetere cose sentite dire e prese in prestito da altri o da altro, per rimettersi davvero sulle proprie gambe, ci vuole lavoro, ricerca attenta, impegno e tempo. Il rapporto con se stessi, il dialogo con la propria interiorità vanno saggiati, scoperti, costruiti, coltivati con passione e con serietà, fatti crescere con pazienza e con tenacia. Così facendo le cose possono cambiare e radicalmente.
martedì 24 aprile 2007
Fiducia in se stessi
Accade non di rado che ci siano persone che patiscono e lamentano scarsa stima e fiducia in se stessi e che ne rivendicano il pronto recupero o rafforzamento, come se quella auspicata (più autostima e più fiducia in sè) fosse condizione ovvia e scontata, un diritto. In realtà è probabile che chi non trova fiducia in se stesso stia cercando, più o meno consapevolmente, più validi presupposti e nuovo fondamento alla propria fiducia e stima di sé. Spesso l'individuo nel suo procedere si affida e aderisce ad altro da sé da cui si lascia definire e portare: ruoli, senso comune, convalida esterna, assunzione di modalità gradite ai più ed applaudite, conoscenze e modi di pensare assorbiti e ripetuti. Chi non trova fiducia in se stesso è spesso un individuo che si è limitato a riprodurre qualcosa di già confezionato, a inseguire e a misurarsi più col consenso e la considerazione d'altri che col proprio sguardo, a fronteggiare e a superare prove e esami esterni, ad andar di corsa verso traguardi già segnati, più che a dare spazio e impegno a ricerca e a verifiche proprie. Con una maturità di facciata, pur cercando, in affanno, di stare al passo con gli altri, sente di stentare. Sempre più si acuisce in lui il senso di inadeguatezza, subordinando la considerazione di sè, del proprio valore al paragone con altri, facendo degli altri ancora e sempre più il suo metro di misura, il suo modello. L'individuo, pur sfiduciato circa sè, paradossalmente insiste nella pretesa di colmare subito il senso di sfiducia, come se questo del non accordarsi fiducia e stima fosse un limite ingiustificato o una anomalia. In fondo chiude gli occhi, non già sulla sua scarsa fiducia, ma sulle ragioni vere, di inconsistenza propria che la giustificano. Facendo riferimento e conto su modi comuni di procedere, che in fondo non richiedono se non attestati di conformità al normale e parvenze, preso dall’urgenza di non perdere terreno rispetto ad altri, non vede la distanza che lo separa da una vera maturità e dal possesso conquista di qualcosa di suo e di degno, capace di fargli meritare sì dentro se stesso senso di fiducia e di stima: qualcosa di nuovo e di capace di farlo stare sulle sue gambe, di fargli compiere passi in direzioni scelte, comprese e sentite, se non condivise o non apprezzate dagli altri poco importa, con progettualità propria, con intima persuasione e passione, con senso di unità e di credo condiviso con se stesso. L'individuo che non trova fiducia in se stesso ignora in realtà ciò di cui è portatore, ancora non dispone di sé, ancora ignora il senso di ciò che sperimenta interiormente, ancora non ha scoperto l'affidabilità della propria guida interna, profonda, ancora non dispone della propria capacità creativa. Onestamente potrebbe ammettere di non avere una propria visione di sè e della vita, un proprio discorso, malgrado si sia sforzato di trovare argomenti e risposte, onestamente potrebbe riconoscere di non essere ancora capace di guidarsi attraverso se stesso. Queste ammissioni risulterebbero certo ingrate, dolorose e però anche finalmente capaci di motivare la scoperta dentro sè e la conquista del nuovo, di ciò che manca. L'individuo si lamenta di non avere sicurezza e fiducia in sé, ma in fondo insiste nella pretesa di essere già maturamente compiuto, in molti casi più per imbarazzo verso gli altri o per orgoglio, che per reale persuasione. In alcuni casi potrebbe essersi convinto per davvero di possederne di pensiero e di argomenti originali e propri, senza riconoscere di essersi sempre, nella sostanza, riempito d'altro, di aver fatto uso di sapere preso in prestito, di idee, anche se "intelligentemente" rimaneggiate e rifinite, mai scaturite per intero da sé e perciò mai concepite e comprese dall'origine e per intero.
La stima di se stesso, rivendicata come fosse ovvia e dovuta, manca dunque spesso del suo valido motivo e fondamento. Non per caso l'interiorità, la parte di sè più acuta e consapevole, quella profonda, toglie e nega percezione di sicurezza interna e di fiducia e tiene ferma questa posizione, malgrado le lagne. Non lo fa per deficit o per malattia, lo fa per amore di verità, per saggezza e per consegnare finalmente il pungolo e il compito di porre riparo a quel vuoto di sè e di propria sostanza e creatività, per spingere finalmente a generarla e a costruirla. Il profondo non crea mai situazioni di sofferenza e di crisi inutilmente o sciaguratamente.
La stima di se stesso, rivendicata come fosse ovvia e dovuta, manca dunque spesso del suo valido motivo e fondamento. Non per caso l'interiorità, la parte di sè più acuta e consapevole, quella profonda, toglie e nega percezione di sicurezza interna e di fiducia e tiene ferma questa posizione, malgrado le lagne. Non lo fa per deficit o per malattia, lo fa per amore di verità, per saggezza e per consegnare finalmente il pungolo e il compito di porre riparo a quel vuoto di sè e di propria sostanza e creatività, per spingere finalmente a generarla e a costruirla. Il profondo non crea mai situazioni di sofferenza e di crisi inutilmente o sciaguratamente.
Attacchi di panico. Uno spunto di riflessione
Capita che la lontananza e la separazione da se stessi non vengano accettate nel profondo. Capita che l'interiorità dia modo di sperimentare nella forma della vertigine emotiva, del senso di totale smarrimento e di angosciosa fragilità, fino alla paura che tutto si spezzi, che la vita non sia da dentro garantita, fino all'angoscia di morire, cosa significhi stare affidati a se stessi solamente, separati da tutto, in presenza di sè soltanto, dentro sè soltanto. Abituati a stare adesi ad altro e a farsi tutt'uno con altro, quasi a negare la percezione di sè, abituati a disperdersi nel fare, a rinviare sine die la sosta, il momento del fermarsi in aderenza e in ascolto della propria interiorità, si è come colti, nel momento del distacco dal fuori e del contatto col dentro, da sorpresa, persi, sgomenti. Sensazioni sconquassanti di smarrimento, di pericolo, di insicurezza totali, impetuose; parrebbero maligne, così oscure, terribili, travolgenti. Potrebbero in realtà aiutare. Anche se la presa dell'inconscio è così decisa e quasi brutale, potrebbero aiutare a vedere, a prendere coscienza di ciò che si è nell'incontro con se stessi: smarriti, perchè mai abituati a cercarsi, sempre inclini a evadere, a stare fuori e "assenti". Potrebbero essere l'inizio, i temutissimi attacchi di panico potrebbero segnare l'inizio.....della scoperta di sè e della presa di coscienza dell'importanza di non essere stranieri dentro se stessi, altro da se stessi, appendici di un essere, il proprio essere, che non si conosce, con cui si rischia di convivere fino alla fine senza incontro, senza ascolto e senza scoperta, senza trarne, della propria esistenza, le ragioni vere, i quesiti e le potenzialità. Un inizio dunque, anche se traumatico e quasi devastante. Se l'inconscio non agisse all'occorrenza con tale fermezza, durezza e asprezza nel dire all'individuo di sè e della sua lontananza e non familiarità con se stesso, della sua assenza di contatto e di radice dentro sè, della sua sostanziale mancanza di consistenza, avrebbe qualche possibilità di interromperne la marcia solita e l'inerzia del pensiero, di coinvolgerlo e di farsi ascoltare? Ho visto iniziare esperienze analitiche su queste basi e premesse. Come l'inconscio, in simili casi, era stato perentorio e drastico nel segnare una frattura drammatica rispetto al solito procedere, così è stato pronto a dare, fin dall'inizio del cammino analitico, attraverso i sogni, indicazioni lucidissime e guida sicura sul percorso da seguire, sulle scoperte da fare, sul lavoro necessario per ridare all'individuo finalmente consapevolezza vera, vicinanza e unità con se stesso, conoscenza di ciò che gli apparteneva. Se prima c'era solo la rincorsa di un che di normale e di paragonabile ad altri, di concepito e di tenuto in ordine col ragionamento, che spesso e in genere non sa vedere, ma solo organizzare e imitare, dopo la brusca interferenza del profondo, che ha costretto l'individuo a prendersi cura di sè, a spostare l'attenzione su di sè, è potuto iniziare un nuovo cammino e divenire, del tutto inattesi e inconcepibili prima, ma possibili. Se all'inizio all'individuo, sotto le bordate del profondo, era parso che la sua salvezza stesse unicamente nel far cessare quell'assalto, nella libertà di proseguire indisturbato nei modi soliti e verso le mete conosciute, dopo, a confronto aperto e approfondito, gli è risultato via via sempre più chiaro che ciò che aveva a disposizione prima della crisi e che tanto aveva cercato di difendere era poca cosa e impropria, che tanto e tutto di sè gli mancava, che un cambiamento radicale, a partire dal capire ciò che di sè stava facendo, si era reso non solo utile, ma necessario, pena il rischio di non vivere, di non far vivere se stesso.
lunedì 16 aprile 2007
Il lavoro dell'inconscio
L'inconscio interviene di continuo nella nostra esperienza, sia attraverso i vissuti (il nostro sentire) e governando nel suo insieme il corso della nostra vicenda interna, sia in modo privilegiato illuminando il nostro cammino interiore con i sogni. Contro i tentativi di mantenere con l'iniziativa e col filtro della razionalità (tanti accadimenti interiori fastidiosi o imbarazzanti passati sotto silenzio, lasciati scorrere via o fraintesi e manipolati a piacimento col ragionamento) sostanzialmente intatta e a noi compiacente la nostra visione di noi stessi, l'inconscio non ha pudore, "pietà" o riserbo di intervenire e di insistere, senza chiedere permesso e sorprendendoci, perchè di noi sappiamo, vediamo, cogliamo ciò che importa, il vero. L'inconscio è attivo perchè non rimaniamo passivi o altro da noi. Per passività intendo il quieto aderire al dato e al pensato comune e abituale, la riproduzione di un pensiero e di una visione di noi stessi che, se anche in apparenza convincenti e verosimili, in realtà altro non fanno se non ripetere ciò che già è stato detto, ciò che ci torna comodo credere. L'inconscio è la parte di noi che agisce e che lavora perchè non evadiamo da noi stessi, perchè sappiamo di noi, perchè transitiamo nelle pieghe del nostro essere, perchè vediamo, anche a costo di ferirci e di soffrire, ciò che ci spetta, ciò che ci è necessario conoscere. Nulla di ciò che si propone a noi nel nostro sentire è casuale, bensì è traccia e guida per prendere contatto e conoscenza viva di aspetti del nostro essere, del nostro modo di procedere, di questioni, anche non semplici, che abbiamo vitale necessità di elaborare, di capire. L'inconscio suggerisce di continuo attraverso il sentire spunti, occasioni, crea trame e sviluppi utili per capire. Il lavoro dell'inconscio raggiunge il suo apice creativo nei sogni, che, se ben intesi, analizzati e compresi si rivelano impareggiabili mezzi per guardare dentro sè, per conoscere, per crescere. Se compreso e fatto proprio l'aiuto dell'inconscio è assolutamente decisivo per trovare il proprio spessore umano e di pensiero, per scoprire le proprie vere potenzialità e il proprio progetto. Accade però che, ignari e impreparati a tutto questo, ci si senta non di rado delusi o semplicemente disturbati da ciò che ci succede dentro, che si giudichino le esperienze interiori (che per intero l'inconscio regola e dirige), quando discordanti dalle attese o disagevoli, come inopportune, come limitanti, come dannose. Diffusa e prevalente la tendenza a escogitare, a farsi consigliare, ad applicare rimedi, spiegazioni che aiutino a ripianare, a mettere a tacere l'esperienza interiore scomoda e sofferta. La psicoterapia stessa viene spesso cercata e non di rado nasce con simili auspici, in contrapposizione a parte di sè interna vissuta come nemica, con desiderio di disarmarla, di rimetterla in riga o di erigere una sicura barriera contro ciò che sembra solo molesto, pericoloso e incoerente. L'inconscio non si fa plagiare e zittire. Se aveva ragione di smuovere, di porre in crisi la stabilità interiore per favorire sviluppi, processi conoscitivi nuovi, cambiamenti necessari, se inascoltato e incompreso, seguiterà nel tempo e con rinnovata forza ad aprire la ferita, pur col rischio che si torni ottusamente a parlare di semplice ripresa del malessere o di ricaduta e che si torni a schierarsi contro l'iniziativa interiore anzichè disporsi ad ascoltarla e a capire. In rapporto a esperienze interiori difficili e sofferte il vero problema, la vera insufficienza o anomalia non è nel (presunto) corso sbagliato o insano di ciò che si prova, che si vive interiormente, anche se doloroso e accidentato, ma sta nel non essere capaci di entrare in rapporto e in dialogo con la propria esperienza interiore, con l'inconscio, sta nel non avere ancora capacità e opportunità di capire. Cominciare a fidarsi della propria interiorità fino ad aprirsi totalmente e senza preclusioni al proprio corso interiore, imparare ad ascoltare la voce e a cogliere l'intima proposta del proprio sentire, capacitarsi dello straordinario lavoro svolto dal proprio inconscio dentro i sogni, intenderlo, capirlo, assimilarlo, farlo proprio, seguire con attenzione il percorso di ricerca e di trasformazione tracciato dall'inconscio attraverso il succedersi dei sogni e dei vissuti...... questo un'esperienza analitica ben fatta cerca, fa vivere e realizza. L'inconscio apre crisi, movimenta il quadro interiore, rompe equilibri, per condurci con fermezza, costi quel che costi, verso noi stessi, verso la nostra capacità vera di vedere, con i nostri occhi, di pensare, un pensare che abbia guida e fondamento dentro ciò che sperimentiamo intimamente, che sia comprensione fedele della nostra esperienza. Il nostro inconscio spinge perchè, non ignari di ciò che siamo e che possiamo, mettiamo al mondo il nostro. Come analista da più di vent'anni lavoro avendo per maestro l'inconscio. Se aiuto l'altro a rivolgersi alla sua interiorità, all'ascolto del suo profondo, so di non fargli acquisire un armamentario inutile di formule e di spiegazioni, so di non condannarlo a rimanere vittima del suo corto respiro e pensiero, inglobato dentro una visione di sè e delle sue possibiltà precostituita e chiusa, ma so di avvicinarlo alla fonte della sua conoscenza, alla sua capacità di conoscere e di trasformarsi.
domenica 15 aprile 2007
I sogni
Da oltre vent'anni nella mia attività di psicoterapeuta, di analista, quotidianamente mi occupo di sogni. Il sogno è attività pensante, la risorsa intima più importante capace di restituire all'individuo la capacità di capire, di capire se stesso. La modalità prevalente e più conosciuta dall'individuo di capire se stesso è quella che fa leva sul ragionamento. Il pensiero razionale, anche quello che ha parvenza di pensiero riflessivo, cioè dettato dall'esperienza intima, in realtà, anzichè ascoltarla e raccoglierne la proposta, le parla sopra, le sovrappone spiegazioni.
Convalidate dall'uso comune o prese in prestito da qualche autorevole fonte, simili spiegazioni o interpretazioni
riescono a dare a chi ne fa uso soltanto pallida persuasione di capire l‘esperienza, di vedere dentro sé, di conoscere. Dico pallida perché, al di là di una sensazione d'ordine, di controllo, di dominio sull'esperienza e sui suoi ignoti, il pensiero razionale non produce granché. A molti credo sia capitato di osservare questo: un processo di spiegazione razionale che riguardi se stessi, tanto risulta a volte coerente, all'apparenza convincente ed esauriente, quanto sterile. Venuti col ragionamento a capo del problema ci si sente soddisfatti, ma si avverte di non aver compiuto un passo avanti, di non aver compreso per davvero nulla, soprattutto si sente di non ritrovare unità e contatto tra ciò che si è argomentato e detto e l'esperienza intima. Altra cosa è comprendere e dire, sapendo cosa si sta dicendo, vedendo dentro di sé, cercando e trovando dentro il vissuto il fondamento di quel compreso, la sua anima, la sua voce. Il sogno, i sogni conducono a questo: a vedere con i nostri occhi, a riconoscere significati che illuminano, che chiariscono noi stessi, ciò che sentiamo, di cui facciamo intima esperienza. La mia esperienza di analista mi ha dato e mi dà prova che dal profondo parte la ricerca di visione, di comprensione del senso. Dal profondo l'invito, l'occasione, la spinta continua e ostinata a rompere la condizione di passività o di chiusura della mente nel già pensato, nel pensiero convenzionale e comune, a superare l'inconsapevolezza di noi stessi. I sogni ci avvicinano come nient'altro a noi stessi. Il cammino analitico è segnato dai sogni.
Ogni sogno è un momento di ricerca che si serve di strumenti avanzatissimi di pensiero. Mettersi al passo col pensiero dell'inconscio è lavoro assai impegnativo, ma gratificante, perché capace finalmente di restituire la visione nitida e fondata, il pensiero di cui manchiamo, il nostro , dove pensare e avere consapevolezza sono in vera comunione e sintonia , dove ciò che diciamo e ciò che intimamente sperimentiamo concordano tra loro, sono l'uno la voce dell'altro. Per capire un sogno bisogna lavorare e molto. Ogni dettaglio del sogno è parte costitutiva del messaggio, di un messaggio affatto prevedibile e scontato, mai copia di qualcos'altro. Compito dell'analista è di restituire all'altro ciò che appartiene all'altro, il suo pensiero. Se l'analista mettesse addosso all'altro, all'esperienza dell'altro, ai suoi sogni qualcosa di già pensato, di costruito, di preso in prestito da presunte teorie certe e da spiegazioni già pronte, valide per tutto, tradirebbe il suo mandato, la sua funzione di aiutare l'altro a reggere il confronto con se stesso,a cercare ciò che gli appartiene, che si sta facendo avanti in lui, che vuole essere compreso. L'analista, se facesse ricorso e favorisse l’uso di interpretazioni pronte, di idee già pensate, rischierebbe di chiudere l'altro a se stesso,di non aiutarlo ad attingere a se stesso.
E’ importante trattare bene i sogni , non parlargli sopra, ma imparare ad ascoltarli, a farsi guidare da loro. Per ogni sogno si può lavorare (assieme) anche per sedute intere, per più sedute. L'importante è non piegare il sogno al preconcetto, a qualche interpretazione pronta, che sicuramente farebbero la felicità di chi vuole uscire in fretta dalla tensione dell'attesa e dell'ignoto, ma che ammazzerebbero la creatività e il pensiero.
Convalidate dall'uso comune o prese in prestito da qualche autorevole fonte, simili spiegazioni o interpretazioni
riescono a dare a chi ne fa uso soltanto pallida persuasione di capire l‘esperienza, di vedere dentro sé, di conoscere. Dico pallida perché, al di là di una sensazione d'ordine, di controllo, di dominio sull'esperienza e sui suoi ignoti, il pensiero razionale non produce granché. A molti credo sia capitato di osservare questo: un processo di spiegazione razionale che riguardi se stessi, tanto risulta a volte coerente, all'apparenza convincente ed esauriente, quanto sterile. Venuti col ragionamento a capo del problema ci si sente soddisfatti, ma si avverte di non aver compiuto un passo avanti, di non aver compreso per davvero nulla, soprattutto si sente di non ritrovare unità e contatto tra ciò che si è argomentato e detto e l'esperienza intima. Altra cosa è comprendere e dire, sapendo cosa si sta dicendo, vedendo dentro di sé, cercando e trovando dentro il vissuto il fondamento di quel compreso, la sua anima, la sua voce. Il sogno, i sogni conducono a questo: a vedere con i nostri occhi, a riconoscere significati che illuminano, che chiariscono noi stessi, ciò che sentiamo, di cui facciamo intima esperienza. La mia esperienza di analista mi ha dato e mi dà prova che dal profondo parte la ricerca di visione, di comprensione del senso. Dal profondo l'invito, l'occasione, la spinta continua e ostinata a rompere la condizione di passività o di chiusura della mente nel già pensato, nel pensiero convenzionale e comune, a superare l'inconsapevolezza di noi stessi. I sogni ci avvicinano come nient'altro a noi stessi. Il cammino analitico è segnato dai sogni.
Ogni sogno è un momento di ricerca che si serve di strumenti avanzatissimi di pensiero. Mettersi al passo col pensiero dell'inconscio è lavoro assai impegnativo, ma gratificante, perché capace finalmente di restituire la visione nitida e fondata, il pensiero di cui manchiamo, il nostro , dove pensare e avere consapevolezza sono in vera comunione e sintonia , dove ciò che diciamo e ciò che intimamente sperimentiamo concordano tra loro, sono l'uno la voce dell'altro. Per capire un sogno bisogna lavorare e molto. Ogni dettaglio del sogno è parte costitutiva del messaggio, di un messaggio affatto prevedibile e scontato, mai copia di qualcos'altro. Compito dell'analista è di restituire all'altro ciò che appartiene all'altro, il suo pensiero. Se l'analista mettesse addosso all'altro, all'esperienza dell'altro, ai suoi sogni qualcosa di già pensato, di costruito, di preso in prestito da presunte teorie certe e da spiegazioni già pronte, valide per tutto, tradirebbe il suo mandato, la sua funzione di aiutare l'altro a reggere il confronto con se stesso,a cercare ciò che gli appartiene, che si sta facendo avanti in lui, che vuole essere compreso. L'analista, se facesse ricorso e favorisse l’uso di interpretazioni pronte, di idee già pensate, rischierebbe di chiudere l'altro a se stesso,di non aiutarlo ad attingere a se stesso.
E’ importante trattare bene i sogni , non parlargli sopra, ma imparare ad ascoltarli, a farsi guidare da loro. Per ogni sogno si può lavorare (assieme) anche per sedute intere, per più sedute. L'importante è non piegare il sogno al preconcetto, a qualche interpretazione pronta, che sicuramente farebbero la felicità di chi vuole uscire in fretta dalla tensione dell'attesa e dell'ignoto, ma che ammazzerebbero la creatività e il pensiero.
Ancora sui sogni: come intendere ed avvicinare questa preziosa ed insostituibile risorsa interiore.
I sogni sono per l'individuo veicolo fondamentale di conoscenza di sé. L'inconscio attraverso i sogni introduce alla visione interna, alla visione e alla scoperta di significato degli accadimenti interiori, che assai facilmente sfuggono all'individuo, rispetto ai quali il suo pensiero abituale e la sua logica sono non solo insufficienti, ma spesso del tutto sordi. L'individuo spesso pensa, cerca di darsi spiegazioni attorno a se stesso, cerca di definire i propri orientamenti senza fondarsi rigorosamente sull'esperienza vissuta e senza concedersi alla propria guida interiore. Nel sentire c'è il luogo degli accadimenti veri, nel sentire e nello svolgimento della vicenda interna, nei vissuti si delinea, si definisce ciò che l'individuo è, come prende parte all'esperienza, cosa sta emergendo di significativo, che lo vincola e lo apre a un confronto con se stesso, a un approfondimento. La trama del sentire, assunta, accolta e rispettata nella sua integrità e interezza, è per l'individuo quanto di più sensato, intelligente e fondante pensiero e sapere intelligente su se stesso, possa trovare. Nel suo sentire l'individuo può trovare la completezza della materia su cui lavorare, nel suo sentire è tracciata la strada da seguire, lì il mezzo per conoscere. Spesso l'individuo è lontano, scisso, separato da questo piano fondamentale della sua esperienza, dell'esperienza interiore, del vissuto. Spesso, senza piedi per terra, senza aderenza e legame con ciò che sente, se ne sta a mezz'aria impegnato a tenere unita una visione di se stesso che si confonde con la visione concreta dei fatti e delle cose. Rispetto alla propria esperienza interiore l'individuo è spesso assestato in posizione o di pretesa circa ciò che dovrebbe convenientemente accadergli di sentire, casomai secondo leggi di "normalità", oppure di diffidenza, di paura, se non di ostilità. Capita infatti che già pensi e tratti, ancor prima di confrontarsi apertamente con questa parte di sé, come eccessivo o assurdo fino a patologico ciò che, sgradito o tormentoso o incalzante, si faccia sentire e si imponga in lui, complicandogli il cammino. In sostanza se il sentire si accorda, in apparenza, con le attese e dà manforte alle pretese viene favorevolmente accolto, se dissonante viene vissuto come inquilino sgradito e scomodo, come abusivo da relegare o espellere. Ebbene, in una situazione come questa, dove questione centrale è la distanza, la scissione tra sentire e pensare, tra un sistema di conduzione dell'individuo, che va per i fatti suoi e che non tiene conto, se non marginalmente o con presuntuosa pretesa di primato, di ciò che accade interiormente, i sogni che cosa rappresentano? Se il corso della vicenda interna, se il sentire è solco e humus della ricerca di sé, i sogni sono guida, sono germi di pensiero riflessivo, perché aprono lo sguardo sul dentro, perché dicono di ciò che accade nel rapporto dell'individuo con se stesso, di ciò che si muove e prende forma, vero e non inventato, nell'esperienza interiore. Sogno dopo sogno l'inconscio orienta, guida, sostiene la ricerca, lo sviluppo della capacità riflessiva, della capacità di visione di sé da parte dell'individuo. I sogni fondano la costruzione di un nuovo rapporto dell'individuo con se stesso, in cui l'individuo tenga fermamente unito ciò che sente e ciò che pensa. Nel corso dell’esperienza analitica gradualmente, attraverso guida e lezione dei sogni, il pensiero dell’individuo cambia pelle da pensiero, nella conoscenza di sé, generico, sostanzialmente astratto, uniforme al già pensato e consensualmente, da pensiero che insensatamente va dove tira il vento del raziocinio, a pensiero fondato, dove ciò che è pensato e detto trova origine, sostegno, alimento e vincolo nel vissuto, nello sperimentato dentro sé. I sogni richiedono, perchè si possa attingere alla loro ricchezza, un lavoro molto attento. Il loro linguaggio, simbolico, si fonda su richiamo diretto o rinvenibile per via associativa a esperienze vissute, a osservazioni in nuce, che l'autore del sogno può raccogliere pazientemente, diligentemente a partire da tutto ciò che compare nel sogno. Tutto nel sogno in forma simbolica dà volto a realtà interne all'individuo, ciò che compare rappresenta il suo e dice di lui. In sede analitica si lavora assieme sul sogno, lo si analizza parte dopo parte, senza trascurare alcun dettaglio, inclusi i vissuti interni all'esperienza del sogno, finché i simboli acquistano luminosità e capacità di dire, di svelare, di mostrare ciò che rappresentano. E' un processo molto graduale. Spesso si pensa che basti raccontare un sogno perché l'esperto, l'analista prontamente e facendo tutto da solo lo interpreti. L'analista, anche se ha via via conoscenza approfondita dell'altro, del rapporto, non può spiattellare interpretazioni pronte sul sogno, non può dire nulla di valido e di attendibile senza lavorarci con scrupolo e senza la partecipazione attiva dell'autore del sogno, che in definitiva deve essere messo nelle condizioni di vedere, di capire, di capirsi attraverso il proprio sogno. Se al sogno venisse imposta, sovrapposta un'interpretazione semplicemente coerente con discorsi o ipotesi già in corsa, il rischio di fraintendere, di vanificare il sogno, di buttare via la sua proposta sarebbe fatale. La nascita e lo sviluppo della conoscenza, della conoscenza di sé dell'individuo in analisi, che è scopo dell'analisi, deve fondarsi sempre su lavoro analitico, su confronto, su ricerca, su scoperta del significato intimo di ciò che si incontra, nel vissuto, nella trama degli eventi interni, nei sogni. L'analista non deve introdurre alcun discorso già fatto e di origine altra. Tutto si crea, tutta la conoscenza di sé dell'individuo deve essere la conoscenza di ciò che si rende visibile, riconoscibile dentro e attraverso l'esperienza, dentro e attraverso i vissuti e i sogni. L'analista deve possedere saldamente lo strumento analitico, la capacità riflessiva, non quella di spiegare ciò che accade con teorie precostituite. Deve possedere la capacità di stare rispettosamente nel cammino di ricerca, sapendo reggere la tensione dell'attesa, sapendo dare e incoraggiare nell'altro riconoscimento di ciò che si dà nell'esperienza, limitando il discorso a ciò che di volta in volta si rende prossimo, che si può avvicinare, che si rende riconoscibile senza andare oltre. E' la cosa più difficile: stare sul cammino senza pretendere di capire oltre e al di là di ciò che, momento dopo momento, si può vedere, reggendo la tensione dell'incompletezza, del non sapere già, del non sapere subito. Un sapere fondato, verificato passo dopo passo, senza forzature e quadrature o arrotondamenti di comodo, sempre e unicamente legato all'esperienza e a ciò che, lavorato riflessivamente, rende riconoscibile, che non includa apporti di pensiero estranei e altri o innesti. Su queste basi e a queste condizioni si rende fondato e attendibile il sapere, la conoscenza. Non è attendibile viceversa il sapere che si avvale di altro, dell'ausilio o supporto di teorie o di pensiero preso in prestito, seppur da autorevoli fonti o da maestri di nome altisonante; quello comunque inquina e basta. L'individuo in analisi deve poter trovare e dare al mondo il suo e deve poter impiegare lo strumento e il metodo analitico, che come levatrice sappia portare alla luce questo "suo" e non deve incontrare altro che si ficchi in mezzo e copra tutto o sostituisca l'originale. Dalla propria formazione, peraltro sempre in divenire, l'analista deve portare nel rapporto e nel dialogo con l'altro solo il metodo, la capacità riflessiva, la capacità di confrontarsi con rispetto e con grande rigore col nuovo, con l'ignoto.
sabato 14 aprile 2007
Il "mestiere" di psicoterapeuta
Quali sono le basi necessarie e irrinunciabili per svolgere il lavoro di psicoterapeuta? L'unico strumento di cui lo psicoterapeuta non dovrebbe essere privo è la capacità riflessiva. Se non ha capacità di rapportarsi a se stesso, se non sa accogliere e raccogliere i suoi vissuti ed ascoltarli, lo psicoterapeuta è sospeso nel vuoto. Se non sa da un lato lasciarsi prendere, investire, coinvolgere pienamente (nel suo spazio intimo) dalla spinta interiore, dall'emozione, dal sentire e dall'altro non sa prenderne distanza per vedersi riflessivamente, per vedere come dentro uno specchio ciò che gli appartiene, per riconoscere cosa di sé gli si rivela in quell'esperienza, cosa ha preso forma, lo psicoterapeuta vaga nel nulla o procede pericolosamente. Manca infatti dello strumento fondamentale per scoprire cosa di volta in volta gli accade, per orientarsi, per capire l'esperienza e la dialettica interiore. Rimane adesso inconsapevolmente a ciò che si muove in lui, non lo vede, non lo comprende. Crede all'argomentazione più superficiale, alla logica di superficie o si stordisce con le sue parole e con i suoi ragionamenti. Rimane nascosto a se stesso. Non ha occasione di capirsi , di ferirsi anche, di vedere ciò che ( diverso e inaspettato) può risultargli doloroso o scomodo vedere, non ha capacità di trasformarsi e di far crescere se stesso, di fare dell'umano più vera e profonda esperienza e conoscenza. Dicevo che vaga nel nulla pericolosamente. Si, perché, oltre a non fare nulla di utile per se stesso, nella relazione con l'altro è possibile che faccia disastri e senza arrivare a rendersene conto, per giunta. Vittima ad esempio della necessità di meritare l'approvazione e la considerazione, il consenso dell'altro, di provarsi e di dar prova di essere all'altezza del "ruolo", capace, bravo nel verso della capacità di spiegare tutto, di risolvere i problemi, lo psicoterapeuta rischia (oltre che di non vedere la propria speculare dipendenza) di condurre o di confermare l'altro nella dipendenza dalla sua autorità e capacità di risposta. Rischia di incoraggiare l'altro alla passività e, come fa con se stesso, all'impiego passivo di formule e di risposte pronte. Può indurre l'altro a non ascoltarsi pazientemente e attentamente, a non concedersi all'incontro e al dialogo con la propria interiorità, con ciò che da dentro gli si propone, all'inizio oscuro, non nitido. Può incoraggiare o dar manforte alla tendenza già presente nell'altro a mettere a tacere l'evento interiore, specie se doloroso e imbarazzante. Sono disastri veri e propri , perché costituiscono impedimento alla scoperta di sé. Lo psicoterapeuta può, anzichè aprirlo a se stesso, riconsegnare l'altro alla "normalità", può cioè contribuire a mantenerlo e a chiuderlo in un'idea di sé che profondamente non gli corrisponde, può mantenerlo nell'ignoranza delle sue risorse interiori, dei suoi più originali orientamenti, della sua capacità più profonda, del suo progetto. Serve un bagaglio di sapere e di conoscenze apprese allo psicoterapeuta, perchè abbia e dia garanzia di poter svolgere bene ed adeguatamente il suo lavoro, la sua funzione con l’altro? Parlo a partire dalla mia esperienza di analista e con riferimento all'esperienza analitica. Ogni esperienza analitica produce, crea il suo sapere. Non serve sapere già e prima. E' il lavoro analitico a generare tutto. Ogni individuo nel suo percorso analitico è intento a un discorso tutto da scoprire . Lo psicoterapeuta, l'analista deve possedere la capacità di dialogo con l'esperienza interiore e la capacità riflessiva di cui dicevo prima. L’analista, possedendola, può trasmettere all’altro questa capacità di avvicinare e di dialogare con l’esperienza interiore, può farla crescere in lui sempre più, liberandolo dalla paura e dall’incomunicabilità con se stesso. L'analista, quanto più si è cercato e ha esercitato nel rapporto con se stesso apertura e dialogo, continuità di ricerca, tanto più può rivolgersi utilmente all'atro per sostenerne, con pazienza e con fiducia, il viaggio di ricerca dentro se stesso. Se lo psicoterapeuta, se l'analista è solo imbottito di teorie e di sapere già formato e preso in prestito, tenderà soltanto a ripetere ciò che ha appreso, a girarlo sull'esperienza che incontra, sua e dell'altro. Discepolo sciocco di qualche maestro, non importa se autorevolissimo e famoso, si limiterà a ripeterne il pensiero in una forma imbalsamata e stantia. Non prenderà su di sè il compito e il peso di portare avanti da sè la ricerca, di misurarsi col diverso, con l'imprevedibile, col nuovo che perennemente si dà dentro se stesso e dentro l'altro. Non consegnerà analogo compito e non coltiverà nell'altro analoga capacità verso se stesso.
Ricevuta diagnosi.. e ora? - it.discussioni.psicologia | Google Gruppi
Il rapporto con le emozioni e col profondo
venerdì 13 aprile 2007
Iscriviti a:
Post (Atom)